Forse intuivo già da allora, quando bambino tracciavo contorni sugli antichi muri e li coloravo con succo di sambuco e polline di quercia, che non avrei avuto alternative.

Quella volta non avevo colori, e non sapevo che nel mondo dell'arte era già stato quasi tutto studiato, provato, cambiato, rubato. Crescendo, arrivarono i colori, la voglia di recuperare il tempo perso, e le infatuazioni di troppi artisti. Così per anni, mi sono trovato a tergiversare e perdermi in una pittura nella quale non trovavo uno spazio mio. Dovevo fermarmi, azzerare tutto; lavare la confusione che avevo in testa e tornare alle origini: all'essenza, al muro primordiale dell'uomo e dell'infanzia. Fuggire le aride regole e le geometrie della fisicità figurativa, provare l'elegia armoniosa degli impasti, la loro intensa e diafana espressività. Costruire i naturali spazi che odorano di terra e di luce, come dissolvenze della memoria, e dilatarli con colori poveri in dimensioni quasi oniriche e metafisiche, dove al soggetto si può anche rinunciare, e il quadro farlo vivere della sua tangibile informalità; nell'equilibrio di una ordinata confusione, incisa in una percezione talmente emotiva da suscitare sentimenti profondi.

Ora le stesure materiche, cerco che si muovano lasciando affiorare valori di un linguaggio ricco d'intimità e poesia, che, orfano da ogni forma di ostentazione, libera tutta la sua intensità espressiva.

Sono memorie di pittura le mie, che trovano pace con le cromie dell'anima, e determinano una presa di coscienza matura, un tentativo supremo di lasciare emozioni che vadano oltre, e continuino a vivere nel tempo.