I VESTITI DI PIETRA

Cè una casa là sul monte/tralasciata ai rovi e alle ortiche/dove regna incontrastata pace/e solitudine/e malinconia/infinito silenzio/nell'incanto del sole che svapora. S'appoggia come un vecchio/sulla gruccia del tempo/ma dalla sua solitaria pace non mi tolgo/ dentro vedo ancora/la nonna filare il canapino/sento voci attorno alle faville/rumori d'animali/transumanze di vite e di stagioni/le passate giovinezze/senza volere nulla in cambio. In questi aneliti/ il messaggio suo riflette/e cerca una dimora. In lei sento il mio richiamo/bagnato ancora dal suo guscio/e l'oscurità pungente del mio tempo/la vedo dissipare/mentre trovo il frammento mio di vita. Ho poco da aggiungere a questa poesia che scrissi a quindici anni, e che ancora mi rappresenta nel pensiero. Aggiungo solo che, ogni volta che entro dentro un rudere per fotografare, e vedo un oggetto rimasto o una finestra aperta, l'alone lasciato da un quadro su un muro, magari d'overa un altarino, mi sopraggiunge un colpo al cuore, come vedessi i loculi delle anime e mi si parassero davanti in carne ed ossa, le persone che lì ci avevano vissuto.