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RECENSIONE DALLA MOSTRA DI PITTURA EMOZIONI OLTRE IL MURO, SALE DEL CASTELLO DI BORGO MAGGIORE (RSM)

SETTEMBRE 2007

Il compito che ho accettato di svolgere non è per nulla facile, ma oramai ci sono dentro e molto volentieri lo farò: parlare di Giancarlo Frisoni, un amico pittore e artista che conosco da tanti anni.

E' sempre cosa complicata e molte volte riduttiva cercare di illustrare in poche righe la storia, la vita, il pensiero e l'opera di un artista, perché spesso i pensieri e le emozioni sono troppo grandi per essere contenute in fogli di carta, e quello che passa dentro l'animo di un artista a volte tocca emozioni, sensazioni e intuizioni che anche chi possiede la dialettica più efficace non può tradurre in parole, perché il sentimento e l'amore che guidano il pensiero e la mano sono sfuggevoli e si perdono nelle memorie del tempo e dello spazio.

Giancarlo non ha fatto studi specifici né classici né accademici, ma ha dentro di sé il desiderio e la capacità di vedere le cose ed appropriarsi della loro essenza: nei colori, nelle forme, nelle luci, nelle ombre. Tra le sfumature e nei profumi egli sa cogliere la vita che pulsa e il tempo che scorre, a volte veloce, altre lento e impercettibile, e sa rendere tutto questo sulle sue tele con capacità espressiva in un intenso e ricco percorso coloristico che, mentre a volte (e mi riferisco in particolare a vecchi lavori degli anni 80) sfocia nel dramma, altre volte sfugge nell'evanescenza delicata e soffice della materia, che lentamente si muove componendo così il suo racconto. Un racconto a prima vista forse incomprensibile, ma se ci lasciamo coinvolgere un pochino, se riusciamo a scavare dentro, entrare ed osservare con molta attenzione, ecco che tutto ci appare chiaro, perché non cè nulla di complicato, tutto è stato risolto con estrema pulizia e verità in una materia bella, ricca ed estremamente espressiva.

Giancarlo è un grande ricercatore della materia; da sempre lo ha affascinato e sempre l'ha usata, amata, manipolata, scomposta, ricomposta, variata, scremata, snudata, arricchita e colorata, con pigmenti e colori dei più diversi e inusuali, nella ricerca di quella particolare tonalità semplice e cruda, ma spessa e ricca, graffiante e leggera, soffice e dolce; la materia che diventa così un nucleo centrale del racconto, un racconto che con delicata traccia sfocia in quel limite dove la poesia prende il sopravvento sulle semplici parole quotidiane. Ed ecco così giunti di fronte al muro. Il muro, questa materia racconta, racconta perché sa, sa perché ha vissuto, ha vissuto e conosciuto tante storie e avventure, ha visto passare molte vite e tanti volti, e sudore e fatica, fame e miseria, ma anche prosperosità, serenità e gioia di vivere.

Spesso mi chiedo cosè che spinge un uomo che è nato e vive tra i profumi della terra e dei suoi frutti, che ogni giorno percorre valli e ruscelli, e i suoi occhi osservano terre e giardini, pioppi e querce, grandi ulivi e lunghi filari, casolari abbandonati, voli di falchi e stormi d'uccelli, vecchi volti di donne e uomini che hanno dentro la nostra storia, ad esprimersi attraverso l'arte astratta? Cosè che percorre il suo animo? Qual è il desiderio che corre nelle sue vene? Perché vuol farci rivivere le sue sensazioni ed emozioni attraverso racconti fatti di solo colore che percorre strutture astratte? Che splendido mistero è l'animo umano! Probabilmente non ci sono parole per rispondere esaurientemente a queste domande perché è qualcosa di troppo forte e misterioso, ed appartiene a quelle cose che percorrono quegli impercettibili spazi ai quali senti di appartenere, ma non sai descrivere. Nei miei ricordi di lontane conversazioni con amici pittori e artisti, quando mi chiedevano di Giancarlo Frisoni rispondevo: Frisoni? Si lo conosco. Ah, se avesse più tempo da dedicare alla pittura! Secondo me potrebbe fare grandi cose! Alcuni lavori sono tecnicamente validi, sia come disposizione di masse e toni, che come segno e materia, sempre bella, ricca e ben distribuita. Altre volte invece, in certi lavori traspaiono purtroppo alcune lacune e incertezze, racconti non completamente compiuti, perché il tempo è poco e il desiderio e la bramosia del fare prendono il sopravvento sull'esecuzione e non gli lasciano più lo spazio per una attenta analisi e un lucido ragionamento sulla composizione e qualità del lavoro e della pittura.

Ma oggi tutto questo è stato ampiamente superato, oggi ci troviamo davanti a una pittura sicura, ricca, ben inserita in solide strutture, che mostrano la capacità di Giancarlo di comporre e distribuire, la padronanza del gesto e del controllo della materia e del movimento, su una superficie bella e sicura, nella maturità di chi sa raccontare attraverso la pittura.

Ci si è chiesti spesso dove va l'arte, si è parlato e si continua a parlare della morte dell'arte, dell'annientamento delle forme e del colore, privilegiando l'intenzione, l'innovazione, l'idea, la novità, l'unicità; e tutto questo aveva preso il sopravvento sulla voglia di fare e del manipolare il colore e muovere il pennello ma poi si è tornati indietro riprendendo vecchi discorsi, rivedendo e ancor di più apprezzando vecchi maestri, riscoprendo quadri lasciati in disparte che avevano però quelle qualità coloristiche che non possiamo né dimenticare né tantomeno farceli scivolare accanto fingendo disinteresse.

E allora ben vengano artisti come Giancarlo che non hanno mai dimenticato tutto questo, che la lezione l'hanno imparata e assimilata e che ci offrono ancora una volta la gioia di ammirare una buona pittura che sa rinnovare emozioni che profumano d'amore e di vita.

Giuseppe Crescentini.

RECENSIONE DALLA MOSTRA MADRE TERRA, GALLERIA DELLIMMAGINE, RIMINI.

DICEMBRE 2009.

 

Cè pittura e pittura, indubbiamente. Cè una pittura forte, che colpisce con la violenza dei colori o la singolarità dei soggetti; ma col tempo l'occhio se ne abitua, la novità cessa d'essere tale, il messaggio sbiadisce. E cè una pittura che parla sottovoce; che in un modo discreto invita a cercare, a scoprire, a pensare; che rilascia il suo messaggio a piccole dosi, offrendo ogni volta che la si guarda qualcosa di nuovo, non ancora esplorato.

E' il caso di Giancarlo Frisoni, dove le composizioni, i toni, i contrasti, risultano misurati, esprimono equilibrio, armonia; inducono sensazioni di pace, di sereno godimento interiore. La sua è una pittura informale e potrebbe sembrare banale o fuorviante volervi scoprire per forza soggetti concreti, cose, figure. Tuttavia questo processo avviene inconsciamente, sono i quadri a suggerirlo, a condurci per mano, facendo emergere il mondo da cui traggono alimento: la terra, la Madre Terra.

Ogni volta che Giancarlo stende il colore, trasferisce sulla tela una manciata della terra che lo circonda; e non si tratta soltanto di un'operazione concettuale, anzi, è prettamente materiale, giacchè non usa colori ad olio, ma si serve di terre e sostanze locali: ossidi ed ocre estratte dal suolo, gialli ricavati dai pollini di quercia, azzurri dai materiali ramati, neri dalle viti combuste. Pian piano limpasto riassume le sembianze dell'ambiente da cui è tratto: sono campi, sentieri, fossati , siepi, piante, colture; terra che l'aratro ha rivoltato in secoli e secoli di lavoro, di fatiche, di ansie; terra riarsa dal solleone o bagnata dalla pioggia e dal sudore umano; e tramonti, e brume autunnali, e delicate fioriture; ma anche dolorose fratture dovute all'inclemenza del clima, lentamente ricomposte dal tempo e dallo sforzo degli uomini.

Forse bisogna andare a Valliano, nel mondo che ha forgiato Giancarlo, per penetrare fino in fondo la sua pittura. Dopo aver percorso la strada di Montescudo fino a Trarivi, si lascia il crinale per scendere al rio dove il paesaggio di fondo valle conserva l'originaria poesia. Qui l'animo si apre, i ritmi e la frenesia della vita moderna perdono significato, lo sguardo si posa (e riposa) sulle innumerevoli sfumature: è un microcosmo variegato, un contrappunto di tonalità ora assonanti ora dissonanti ma incredibilmente armoniche; è una tavolozza che la natura e l'uomo in simbiosi compongono e rinnovano di continuo, che muta ogni istante rincorrendo il mutar della luce.

Il cittadino, costretto ogni giorno entro un dedalo di pareti, può allargare lo sguardo e riannodare quel cordone ombelicale, quel rapporto ancestrale con la terra mai cancellato del tutto. Ebbene, la pittura di Giancarlo recupera e ripropone quel mondo; anche nel chiuso di una stanza, attraverso i suoi quadri è possibile rivivere quelle sensazioni. Non essendo un critico d'arte, mi guardo bene dall'avventurarmi lungo sentieri che non sono miei. Mi limito a confessare che di fronte a queste opere non riesco a rimanere indifferente, provo sempre nuove emozioni. Non mi sembra poco. In fondo, cosa dovrei pretendere di più?

Oreste Delucca.

FRISONI, IL POETA DELLA POVERTA'

La povertà è ricchezza. Un paradosso che, con il trascorrere del tempo, diventa realtà . Quante valli, boschi, espressioni della cultura materiale avremmo potuto conservare fino ad oggi se si fossero trovate in zone depresse prive di interesse economico? Le generazioni adulte conservano ancora idee vaghe di luoghi incontaminati, ma la maggior parte di questi non esiste più. Non esistono più i poderi, le case coloniche, i pozzi, le cellette, e le immagini del bestiame, degli animali da cortile, dei tini, dei contadini si dissolvono nell'oblio. Là dove la povertà ha vinto privilegiando valori e costumi sociali autentici agli effimeri simboli della disordinata modernità, alcune tracce di un mondo che era rimasto pressochè intatto per interi secoli, si sono conservate. Giancarlo Frisoni, poeta della semplicita', pittore della materia, narratore della storia popolare, è riuscito a fotografare quel mondo usando la sua Nikon digitale. Sensibilità e ricerca ci restituiscono immagini di quel tempo che lo sviluppo post industriale ha cancellato e, grazie alla sua passione, possiamo rivivere l'emozione di una rola in piena funzione produttiva, di una tavola/tavolozza colorata dai frutti di stagione, di una polenta aggredita dalle mani nodose che hanno conosciuto la fatica. Ecco allora che i ricordi diventano potenti leve ancor più quando, uniti ai bisogni primari, si trasformano in motori delle più forti pulsioni. Frisoni infatti, non solo ha l’intuito di fotografare quel mondo scomparso andandolo a ripescare nelle terre della sua Valliano, ma chiede e ottiene la complicità degli abitanti che, conservando sul corpo i segni di quel passato, si trasformano in attori protagonisti delle sue ambientazioni. La campagna rurale cancellata in cinquanta anni, prende vita e mostra l’equilibrio fra uomo e natura che si manifesta in un sorriso a tavola con la famiglia o nella soddisfazione dopo un sorso di vino. Il focus della ricerca che potrebbe selezionare straordinarie immagini del lavoro, del paesaggio, dei volti, degli oggetti, tutte presenti nello sconfinato archivio digitale di Frisoni, si concentra sul cibo. Emergono noci e olive, piada e fagioli, erbe e polenta, senza inneggiare alla drammaticità del sangue, e lo avrebbe potuto fare. Frisoni fotografa la carne del maiale e una sequenza unica della lavorazione dei “grascioli”. Il rapporto col cibo, bisogno primario e leva formidabile delle emozioni, converge su un tema, quello della solidarietà. Nessuno resta senza cibo, quel poco che c’è si divide con tutti e a tutti le mani delle azdore, cuoche che possono competere alla pari con gli chef stellati, con sapienza infinita sanno dare il boccone preferito.

Giuseppe Maria Morganti

Segretario di Stato Istruzione e Cultura

LA PITTURA POETICA DI GIANCARLO FRISONI


"Dipingere è bisogno di comunicare quello che a parole mi è più difficile.
Così la materia, le masse, i segni, i colori, i graffi, altro non sono che sensazioni, pensieri, emozioni, che finiscono sulla tela.
Per questo ogni volta che espongo un quadro, lo faccio con molto pudore, con una sorta di vergogna quasi, perché mostro qualcosa di me così intimo, che a fondo neanche io conosco e riesco a spiegare.
La mia parte più nuda, quella più vera, quella meno razionale che si avvicina allo spirito."
In punta di piedi si presenta l’artista romagnolo Giancarlo Frisoni, con la meraviglia negli occhi e tanto da raccontare, come accade ai bimbi curiosi del mondo, insaziabili ed ingenuamente avidi di conoscenza, di nuove storie, di nuove emozioni. È questo lo spirito che ha, da principio, animato colui che oggi conosciamo come pittore ma che è anche fotografo, scrittore e poeta. Una poliedricità che, nell’infanzia, ha significato mettersi in gioco in una solitaria quotidianità rurale, quel borgo di Valliano (Montescudo – Rn) che i suoi compagni avevano abbandonato, con le famiglie, per la città. Mentre il mare della costa riminese urlava i fasti del nuovo progresso e del boom economico degli anni Sessanta, il piccolo Giancarlo si addentrava nei misteri della sua terra, tra le stradine del suo paese, nelle campagne che lo circondano, e di queste narrava, in maniera semplice eppur già complessa, in modo meditativo, in un certo qual senso.
La fascinazione è stata l’elemento principe nella formazione autodidatta del Frisoni il quale ha scelto la terra come maestra, la natura come mito cui tendere e con cui entrare in comunione, per dar vita ad una dimensione onirica, surreale, simbolica, una sorta di street art ante litteram, attraverso la quale i vecchi muri scrostati si trasformavano in supporto per accogliere lo sguardo di un bambino, la traduzione di uno stravolgimento del reale che era fatto di sintesi, di sublimazione e amore per il colore.
“È venuto naturale rubare il ramato per colorare i cieli dei miei disegni, lo guardavo sempre sul muro dietro la vite del portico quant’era bello il turchino!Ma non mi bastava, volevo i colori di tutta la terra, e strisciavo foglie d’olmo e di malva sul muro fin quando lasciavano il verde, dai papaveri rubavo il rosso, dai pollini il giallo, il viola dal vino. […] Guardavo le cose ed il paesaggio per capire e imparare quel che non sapevo.
Il piccolo Giancarlo è cresciuto e gli anni Ottanta hanno segnato il punto di svolta, quelli in cui Egli ha iniziato a far conoscere il proprio lavoro ed a mostrarsi come artista, in maniera eclettica, attraverso la narrativa, la poesia, la fotografia e la pittura. Un sentire diffuso che esprimeva la sua volontà di farsi testimone di una dimensione, quella contadina e dell’entroterra romagnolo, misconosciuta ai più, della quale, tuttavia, Egli si fa ancor oggi latore, approfondito conoscitore. Gli anni Duemila lo scoprono in veste di vero e proprio
testimonial anche attraverso le proprie pubblicazioni, le mostre fotografiche, in particolare in occasione dell’Expo del 2015 a Milano, in rappresentanza della Repubblica di San Marino e alla 57ima Biennale di Venezia. Si susseguono i premi ed i riconoscimenti, così come le molteplici attività che, a tutto tondo, impegnano il Frisoni come artista.
Il 2018 si conferma un anno ricco, che procede con la mostra personale a Bologna, nel rinascimentale Palazzo Fantuzzi, sede della Galleria Farini Concept, a pochi passi dalle Due Torri e dal centro nevralgico della città.
Una esposizione che permetterà di sostare lungo il percorso pittorico dell’artista romagnolo, la cui acutezza non risiede nel realismo mimetico della trattazione del mondo quanto, però, nella sua traduzione concettuale. Il distacco dalla concezione di mimesis, invero, il Frisoni l’ha fatto proprio modus operandi sin da quando, nella dimensione straordinaria di quello che spesso chiamo ‘gioco serio dell’arte’, modulava, trasformava il già noto con ciò che aveva, con quello che l’interazione tra natura ed uomo gli permetteva di
utilizzare e far proprio. Si parla di ‘pittura poetica’ nonostante il dipingere di Frisoni non sia narrazione figurativa o descrizione tematica, da intendersi, invece, secondo i dettami e le istanze di una poesia ermetica, celata dietro simbolismi spesso non del tutto riconoscibili ma in grado di esprimere, in maniera peculiare, la profondità di una meditazione soggettiva altrimenti non visibile. Ecco, dunque, che Giancarlo Frisoni poetizza l’imago, ne scarnifica il dato oggettivo per far sì che essa divenga costrutto di una spinta interiore, soggiogata dalla materia allorquando questa si fa unica forma traduttiva di un sentire che dalla materia medesima giunge, con essa dialoga, in un rapporto che è filosofico ed esistenziale e che, solo ex poetica analisi del mondo, si aggroviglia al tema ed alla matrice delle suggestioni, un certo grado di illusorietà non può – e non deve – mancare, dato che essa si anima in forza di quel legame tra l’immaginario d’infanzia di Giancarlo Frisoni bimbo e quello di Giancarlo Frisoni uomo ed artista.
È in tale mescolanza, in tale paradosso metaforico che si ritrova, in tutta la sua ampiezza, la ‘pittura poetica’ dell’artista, la densità intrinseca di un sentire profondo che è fatto di materia e di evocazione, di reale ed immaginario, di una cosmogonia che mette radici in una duplice e contrapposta dimensione, senza scegliere mai davvero l’una o l’altra, bensì in una armoniosa ed equilibrata convivenza delle due. “Essere reale è essere il valore di una variabile vincolante”, asseriva Quine, in maniera maliziosa; nella fessura ‘variabile’ si
inserisce l’arte di Frisoni. In tale dicotomia del concetto stesso di rappresentazione e raffigurazione, Frisoni si fa reazionario, sceglie con cura le immagini interiori da raccontare e lo fa in maniera tale da renderle luogo universale, abitabile, ex post, da chiunque abbia la volontà di avvicinarvisi.
Tale avvicinamento è come un abbraccio, lungo, capace di coprire le distanze che intercorrono tra l’artista ed i tanti spettatori. L’annullamento di tali distanze, che nella realtà esistono, nel mondo dell’astrazione perdono di importanza e lasciano spazio alle analogie, di sentimento, di emozione, di poesia intesa quale dimensione dell’anima. Ogni tratto pittorico è come un verso scritto, ad ogni segno corrisponde, idealmente un lemma, l’unione di questi due elementi, che si anima nell’emblema metaforico, è il punctum delle opere qui in oggetto. Non c’è spazio per la finzione, in tale operare; in un simile lavorìo il Frisoni ha messo tutto sé stesso, senza alcuna barriera. Ha lasciato cadere i muri comunicativi per lasciar spazio al muro quale spazio pittorico e di dialogo.
L’astrazione è dunque, sinonimo di forma mentis, nella traduzione e nella traslazione su un supporto legato alla tradizione dei luoghi vissuti e conosciuti da Giancarlo Frisoni che, con queste parole, chiosa la sua intera ricerca e con le quali, personalmente, vi invito a leggere i suoi ‘dipinti in foggia di poesia, o viceversa’.
“Racconto di me nelle metafore dei segni, negli spazi, nel dolore dei graffi, negli equilibri delle armonie, nelle parole degli impasti e dei colori. Racconto la bellezza dei sentimenti, le strade della vita piene di sassi, gli smarrimenti, i ricordi in questo tempo del forse. Questo è il mio modo di vedere e vivere l'arte e la vita.”

Azzurra Immediato