LE CITTA CHE NON CONOSCO

Non ne ho idea nemmeno io di quante immagini difficili ho pensato di immortalare ancor fin da bambino, pensieri informi, da farmi porre domande su concetti che di solito si tendono a ignorare, per il semplice fatto dell'astrattezza, la difficoltà, o la paura di darsi risposte: la vita la morte la felicità, chi siamo e dove andiamo, e altre cose astruse dove trovare un confine o un equilibrio, mette sempre in chiunque, sottile, un'apprensione. Cresciuto così con questi tarli in testa, mi sono preposto di fotografarli, scegliendo come primo ingombro il male. Ci vuole poco a immortalare il male direbbe chiunque, basterebbero le strazianti scene che arrivano ogni giorno da qualsiasi parte del mondo, di gente maciullata, torturata e seviziata, fatta a pezzi o ridotta a brandelli. Troppo facile! e,. soprattutto troppo tardi! Perché quello non è altro che l'ultima tappa del male, il trionfo. E non ce la si cava se non si ripercorre la strada all'indietro fin dove nasce, riavvolgendo la bobina fino all'inizio, là dove si genera: all'indifferenza, alla tediosa seriale vena di menefreghismo dove scaturisce. Male che pian piano poi fugge di mano, si trasforma in dolore, prende e riguarda tutti. Sono andato tra la gente. Due passi in centro in una qualsiasi città un giorno qualunque, e ho visto il lento autolesionismo dell'essere umano, del mucchio, come lo chiamo io. Un'orda incanalata in baratri di strade con angolature spettrali, facce crude e uguali, di corsa quasi, che sembravano inseguite da un presentimento oscuro. Sguardi freddi che non si fermavano, non sorridevano, non si cercavano: volti vuoti riflessi dentro vetrine piene, attirati dalla colorata trappola del nulla. Sembravano smarriti nella vita, persi in mezzo agli altri, e a se stessi. Questo è l'uomo che ho fotografato! .... Un impasto di carne e vetri, un tutt'uno confuso d'ombre e strade, colori e luci. Figure improvvise che sbucavano da ogni parte, urtavano, graffiavano passando, si dileguavano come vomitate dal mondo. Non riuscivo a vederci il volto, come a uno sciame d'api tramortito da una sofferenza che pareva eccitazione.

Sembravano farfalle che mi morivano dentro nelle mani, e forse, pensavo, senza neanche aver mai visto un albero, o sfiorato un animale, toccato un altro corpo, condannate ad essere qualcosa di terreno, ma incapaci di sporcarsi con la vita, nel loro inseguir come qualcosa d'irraggiungibile. Chissà se sono solo io ad essere sbagliato, nella mia lamentevole e onesta visione della vita, con quest'aura grande agli occhi che mi fa vedere cose che pare nessun altro veda? Forse solo io penso che il male, quello vero, c'è caso che incominci proprio anche così.