INTERVISTA A GIANCARLO FRISONI DI MAURIZIO GIRI.

QUANDO LA PASSIONE PER L'ARTE COLORA LA PROPRIA VITA.

LA STORIA DI GIANCARLO FRISONI, PERSONA SEMPLICE CHE CELA CREATIVITA E SENTIMENTI, POTREBBE INIZIARE PROPRIO COSI. GIANCARLO, COME NASCE LA TUA PASSIONE VERSO LA PITTURA?

Nasce dal bisogno di raccontarsi. L'arte è dare colore ai sentimenti e cercare di lasciarli nelle proprie opere come stimolo e senso della nostra esistenza. Certo all'inizio è cominciato quasi per gioco, per assottigliare la solitudine dei pomeriggi d'estate mi mettevo a imbrattare con un carbone i sassi, i muri, gli alberi. Poi crescendo, la duttilità diventò necessità: quella di contraddistinguere il bello dal brutto, il bene dal male. Il bello era indugiare con i pennelli nella forza dei colori delle stagioni che cambiavano la terra, nei profili soavi e intensi delle figure femminili, nel fare ritratti. Il male invece era condannare la violenza del mondo, la cattiveria dell'uomo che non riusciva a saturare la ferita dell'odio continuando a prevaricare sui deboli, a uccidere. Da qui le prime esperienze con la materia, le bruciature, i colori sgocciolanti, l'abbandono della pittura ad olio. Era il mio modo di lottare, di sentirmi partecipe, anche se spesso ero preso da dubbi e contraddizioni che mi svuotavano e attribuivo ad una mancanza di personalità, ma era solamente un colore di quell'età.

 

LEI FA PARTE DEL GRUPPO PER LA RICERCA STORICA DELLA DOCUMENTAZIONE NEI COMUNI DI MONTESCUDO E MONTECOLOMBO, ESPERIENZA IMPORTANTE CHE ESULA DALLA PITTURA, DI COSA SI TRATTA?

Penso che questa esperienza non esuli completamente dalla pittura, in fondo si tratta di dipingere parole. Io sono nato e vissuto in campagna, tra gente semplice dalla quale ho assorbito le attese, gli esempi, gli sguardi, gli odori dei loro campi e delle vigne. Quando mi sono reso conto che tutto questo stava finendo in pasto ad una mercificazione dilagante di indifferenza senza più valori, mi è venuto spontaneo cominciare a scriverne i ricordi. Spronato dal mio vecchio professore di lettere Gino Valeriani, la cosa ha preso piede. Siamo giunti a venti libri editi sulla civiltà contadina, ognuno dei quali approfondisce un argomento specifico: dalla casa alle piante, dagli animali alle superstizioni, dai giochi alle terrecotte, dagli attrezzi ai lavori, dagli amori ai sogni. Per me questo è stato ed è continuare a stare nella mia polvere d'aia sotto l'ombra del gelso antico, non recidere ancora quel cordone ombelicale che mi lega a quel mondo. Le chiacchierate con gli anziani rimasti, le loro tacite fughe, l'aria che viene dai campi, gli stessi ricordi sono per me il meraviglioso profondo senso della vita.

 

L'ATTIVITA FOTOGRAFICA, COME MEZZO DI DESCRIZIONE DELLA VITA CONTADINA, ARRICCHISCE LA SUA ESPERIENZA DI TESTIMONE. CHE RUOLO RIVESTE LA FOTOGRAFIA NELLA SUA ESPERIENZA ARTISTICA?

La fotografia è magia pura. Ha lo straordinario potere di poter fermare il tempo, l'attimo, per sempre. La fotografia è storia, è documento, è ricordo. Ho avuto la fortuna ed il privilegio di potere, come ho già detto, fermare il tempo su cortili antichi, su buoi nel vivo solco, sulle vene gonfie di fatica, sul sudore delle fronti. Sulle vendemmie, sulle semine e sui raccolti. Anche su quello che fa la primavera ai fiori, il sole quando sorge ai verdi grani e l'autunno alle foglie. E' stato un percorso che continua tutt'ora e lascia intatto sulla carta il profumo dei fiori e quello delle persone. Quello che ho fatto all'inizio, per la fotografia sulla civiltà contadina, cioè il cercare le crude e sanguigne azioni del quotidiano, gli abbandoni alla fatica, la naturalezza dei movimenti, oggi cerco di ripeterlo anche nel minimalismo del paesaggio; cercando di entrare nelle rughe e nella carne della terra, guardandola e vedendola come spero sia per gli altri, un po meno con gli occhi e un po più col cuore.

 

RICORDA IL SUO STATO DANIMO ALLA SUA PRIMA ESPOSIZIONE, E COME AFFRONTA ORA, DOPO VENTANNI, LE SUE NUOVE MOSTRE E I SUOI LAVORI CHE RIVELANO, GIUSTAMENTE, NUOVE SENSAZIONI?

Ricordo bene l'emozione della prima mostra! C'era la tensione, la voglia di mostrare, di fare, di sfidare. E l'incoscienza della gioventù, i sogni, le vie libere e intentate, le vaghe offerte, le delusioni. Ora è tutto più sciolto e pacato. Più sereno quello che verrà domani, con la consapevolezza che l'arte non è più un gioco, ma qualcosa di drammatico e bello che riflette anima e pensiero. Sprofondare e consumarsi in un'opera aiuta a capire la vita e se stessi. Negli anni ho imparato a rubare il palpito delle attese ( non ho mai avuto l'ansia della quantità) e trasformare tutto all'essenza. Nella pittura è nato lo spazialismo informale inserito nel muro, una tecnica affrescata e personalizzata, con impasti dai colori diafani che snudano una materia graffiata e cruda, componendo racconti che regalano, dicono, profonde emozioni. Nella fotografia cerco la forza e un messaggio che impressioni facendo sognare portando avanti diversi argomenti. Nella scrittura invece, sempre attraverso il repertorio a me più consono, cerco una dimensione districandomi in questo tempo del forse. Gli ultimi lavori sono due romanzi scritti in un periodo particolare: il primo "La bambola del tempo perduto", anche se il perno è una contrastata storia d'amore, è un lavoro di dettaglio rivolto ai particolari più significativi e fondanti di una intera cultura quasi completamente scomparsa. Il secondo invece "Storie di Avagliano", è il paradigma di questa, quando si ritrova a fare i conti con l'avvento del progresso e il repentino cambiamento delle cose e dell'intera società. Sto lavorando inoltre a un libro di poesie, che conto prima o poi di pubblicare.

 

COSA SI ASPETTA IN CAMPO ARTISTICO NELL'IMMINENTE FUTURO?

Non penso che l'arte sia una competizione, ma un mezzo col quale chiunque ha modo di toccare emozioni. Il contadino semina con amore e dedizione, sa aspettare, accetta i frutti che la terra gli dà. Io, sono un contadino.