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LORDINATA CONFUSIONE DI GEOMETRIE INCERTE

Per me vivere, è continuare a stare col pensiero nella polvere dell'aia, sotto l'ombra del gelso antico, senza recidere ancora il cordone che mi lega a quel mondo, il mio mondo. Vivere è giocare con i paesaggi e con la fotografia. Cogliere gli scherzi che il tempo e la natura si fanno in un continuo scambio di eventi e di stagioni. Una volta, la terra l'amavo troppo e male. Passavo giorni a inseguirla, cercando di rubarle il corpo senza giungere nell'anima, e non ero sazio. Ci voleva il suo tempo. Dovevo invecchiare e fare il cuore bambino, capire che i fiori non hanno padrone, e vederci ogni volta in ognuno, la carezza di una morte giusta e sottile. Ci voleva l'adulta lezione del grande silenzio, che cambia ogni istante e non smette, la prigione di quelle esagerate libertà. In mezzo a quei campi da solo, mi son sentito vestito e non più coperto, come tornato in pancia a mia madre. Ho cercato la loro faccia più sporca e la ruvida pelle, camminando le vene e le rughe fin dentro la carne, e per la prima volta non ho visto la mia terra con gli occhi, ma con il cuore. L'ho fotografata in modo diverso e maturo, nelle sue quotidiane spettinate geometrie incerte, in quell'ordinata confusione che sapeva di casa e di famiglia, fra i trabalzi di inguini di valli come panni buttati su di un letto alla rinfusa, e le campate accese contornate di scuro come cornici a quadri appesi alle pareti del cielo. Adesso . con timida ambizione, vorrei poter lasciarla agli altri, nel cuore.